Aliti

Sezione "Dente avvelenato"

 

E in TV ci sono io

di Anna Cambi

 

 

Corro alla porta e incollo l’occhio allo spioncino. Falso allarme, è solo la vecchia del piano di sopra che porta fuori il cane. Torno al computer, mando indietro il video e ripasso la coreografia: un-du-tre-quat-cinq-se-set-o-cambio e ancora uno...
L’avrò fatta un miliardo di volte ma ancora non mi viene perfetta e dalla rabbia mi tiro uno schiaffo.
Oggi ho fatto la cazzata di mangiare sette crackers, diciotto calorie l’uno, totale centoventisei. Imposto la cifa sullo step e faccio su e giù finché non arrivo a zero, poi salgo sulla bilancia. Se non ho perso almeno due etti da ieri mi ammazzo, chiudi gli occhi, inspira, espira, ok puoi guardare, guardo giù, cinquantacinque chili e sette, è ancora tantissimo ma almeno non sono ingrassata, se faccio un’ora di tapis-roulant prima di dormire posso ancora farcela.

Controllo l’orologio, le dieci meno sei, ci siamo quasi. Mi piazzo alla finestra e vedo la sua macchina entrare in retromarcia nel cortile, è in anticipo maledizione, ho solo il tempo di spruzzarmi un po’ di profumo e correre giù per le scale a nascondermi dietro l’angolo del palazzo. Mi appoggio al muro, riprendo fiato... Spio da dietro il muro, aspetto di vederlo sbucare dal parcheggio condominiale, conto fino a cinque e torno indietro in modo da precederlo di pochi passi sul vialetto davanti al portone. Fingo di non averlo visto, spingo la porta che avevo lasciato aperta e ho qualche secondo per controllarmi nello specchio dell’androne. Controllo di non avere il rossetto sui denti, mi aggiusto la frangia e mi tiro un pochino su il vestito. Sento che infila la chiave nel portone. Insipra. Espira. Sorridi ma non troppo che sennò sembri ritardata. Tira in dentro la pancia.

- Ciao Bea, sali o stai uscendo? -  mi chiede, avviandosi verso l’ascensore.
Fa il carino, ma avverto una nota di apprensione nella sua voce: forse è panico.
- Salgo.
Preme il pulsante, io mi avvicino fissandolo negli occhi. Sono neri e sempre un po’ lucidi, come dopo un paio di drinks. Lui si gratta la testa, si guarda la punta delle scarpe, controlla l’orologio, giocherella con la busta del fast-food che ha in mano. Le porte si aprono e mi fa entrare per prima, poi schiaccia il quarto piano. Evita il mio sguardo, in compenso lo vedo che mi guarda il culo riflesso nello specchio. Buon segno. Ora o mai più. Schiaccio lo stop. Lui aggrotta le sopracciglia.
- Dai, smettila - dice, ma il tono mi pare incerto adesso, quasi dolce.
Fa caldissimo, l’odore acre eppure irresistibile del suo corpo riempie l’abitacolo mischiandosi al mio profumo scadente e al tanfo del cibo da asporto. Avvicino le labbra al suo orecchio.
- Solo un’altra volta - dico, e gli metto una mano sul cazzo.
- Non è più il caso, falla finita -  fa lui, però non si sposta e alla fine mi guarda e sento che gli sta diventando duro.
Continuo a muovere la mano e gli lecco l’orecchio e il collo, come ho fatto tutte le volte che mi ha portato in giro in macchina. Lo sento che farfuglia qualcosa ma non mi interessa capire cosa, poi parte la suoneria, I can’t get no satisfaction dei Rolling Stones e lui scatta a rispondere
- Ciao amore, arrivo amore, sto in ascensore, un minuto e sto su, sì ho preso la cena...

Io non ho smesso di muovere la mano ma lui mi blocca il polso mentre parla, mi fa male, per un attimo credo stia per spezzarmelo, ma poi attacca e mi molla, allunga la mano per premere di nuovo sul quarto piano, non mi guarda più, io mi sposto, gli blocco l’accesso ai tasti, mi abbasso la spallina del vestito e faccio per toccarlo di nuovo ma lui mi spinge da un lato e preme il pulsante.
- Cristo Bea, sei patetica! - dice.
A quel punto mi schiaccio contro l’angolo dell’ascensore e non dico più nulla.

Quando si aprono le porte, la stronza è lì ad aspettarlo sul pianerottolo, in tuta. Si scambiano un bacio, poi gli prende il sacchetto unto dalle mani e lo annusa. Sento il mio stomaco vuoto che si contrae come un pugno. Ingoio le lacrime, mi costringo a un sorriso che è tutto denti ed esco dall’ascensore.
- Bea! - mi strilla - come stai? Domani è il gran giorno eh...- e mi strizza l’occhio. Ho voglia di ficcarle le unghie in quelle guance paffute imbrattate di fard arancione.
- Domani c’è il provino di Bea per andare in televisione... - continua rivolta a lui, poi fa una risatina, e si scambiano uno sguardo. Mi stanno prendendo per il culo. Vorrei dirgli andate affanculo ma non lo faccio, frugo nella borsa in cerca delle chiavi e scappo dentro casa prima di mettermi a piangere, o a urlare, o tutte e due le cose insieme.

Entro e mi lascio andare contro la porta, mi accascio sul pavimento, socchiudo gli occhi e sbatto la testa contro la superficie liscia della porta una volta, due, tre, ogni volta un po' più forte, finché il dolore non sembra mettere a tacere la vocina che mi urla nella testa e ripete stupida stupida stupida!
Il vento fa sbattere una finestra e il tanfo del fast-food all’angolo mi investe e continua ad aleggiarmi intorno alla testa, mi preme contro il fondo della gola tanto che penso seriamente di stare per vomitare.
Ed è allora che me lo vedo.
Tra dieci anni.

Lui. Mezzo pelato.
Esce dall’ascensore a malapena, quasi non ci passa. Il respiro affannato. Le braccia ingombre di buste di quella merda di cibo. Ne va pazzo. Apre la porta. Rumore di passi strascicati. Piedi dentro ciabatte rosa. - Ciao tesoro.
Sua moglie anche lei enorme. Un ammasso di ciccia. Una bottiglia di cola da dieci litri sul tavolo. Pezzi di pollo fritto ovunque. Patatine dappertutto. Maionese. Ketchup. Salsa agrodolce. Salsa barbecue. Facce unte. Sguardi vitrei.
La TV accesa.
Bocche spalancate che si riempiono, triturano, inghiottono e di nuovo si riempiono. Il divano, ricoperto da una stoffa a fiori. Lui sotto. Lei sopra. Nudi. Strati su strati di carne. Odore di corpi sudati. Mugolii. Il divano che cigola.
Track, qualcosa si rompe.
Corpi informi sul pavimento. Il petto di lui, immobile, bloccato dal peso. Mammelle giganti a riempirgli la bocca. Aria che non entra nei polmoni. Impossibile muoversi. Prova a girare la testa. Troppo tardi. Gli ultimi istanti.
Lo sguardo alla TV.
E in TV ci sono io.

Agente patogeno: Anna Cambi
Vive e lavora in Toscana. Ha frequentato i corsi della Scuola di Scrittura Omero, collabora con la rivista online Mag O, sulla quale ha pubblicato due racconti brevi e vari articoli.
Ha pubblicato il suo primo romanzo Rosso Fuoco (Alter Ego, 2016), un noir con atmosfere alla David Lynch, una storia che imbocca i sentieri dell'onirico, di un erotismo perturbante e dell'horror. Ama il cinema, le serie tv, i cani, il trash televisivo, i tatuaggi, il prosecco e la letteratura contemporanea, soprattutto quella di genere.

Panoramica di Alice Piaggio
Nata a Genova, si è laureata all’Accademia Ligustica di Belle Arti per poi proseguire gli studi e laurearsi in Grafica delle immagini e illustrazione presso l‘ISIA di Urbino. È una delle fondatrici della rivista PELO magazine alla quale collabora insieme ad altri 25 giovani illustratori.
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