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Aliti

Sezione "Dente del giudizio"

Come-te

di Giorgio Ghibaudo

 

 

Muoviti, Marco! Hurry up - ti incitava Tom quella sera mentre, ridendo complici, vi allontanavate di corsa, di soppiatto, dalla tua casa di montagna. Ti eri augurato che nessuno, perlomeno tua mamma e tuo papà, si sarebbe accorto della vostra assenza.
Nei suoi doposci, con lunghi passi dietro ai quali proprio non riuscivi a stare, Tom tracciava per tutti e due voi un nuovo sentiero nella neve.

- Lui è Thomas. -  Così i tuoi genitori ti avevano presentato qualche giorno prima il figlio di una coppia di amici.

L'idea di uscire al buio era venuta ovviamente a lui.
- Appena finiamo di mangiare - ti aveva detto con circospezione - prendiamo i cannocchiali, le torce elettriche e una coperta.

Suo padre, compagno di classe del tuo al ginnasio, anni prima si era trasferito con la moglie a New York con un promettente impiego nell'ambiente diplomatico. Tom era nato lì.

- Stasera ti porto fuori. Prendilo come il nostro primo appuntamento - aveva suggerito sottovoce, ammiccando - Vedremo le stelle cadenti.
- D'inverno? - avevi obiettato.
- Saranno così poche che non ce ne perderemo nemmeno una.
Era una scusa per stare da solo con te e lo sapevi.

La vita negli Stati Uniti però, non era stata come se l'erano immaginata, non erano mai riusciti veramente a integrarsi e avevano deciso di tornare a vivere in Italia. Un estenuante trasloco da un continente all'altro li aveva impegnati nelle prime tre settimane di quel dicembre. I tuoi, per farli riposare un po', per dare loro il tempo di ambientarsi nuovamente, li avevano invitati a trascorrere i giorni da Santo Stefano a Capodanno nella vostra casa di montagna.

Ed eccovi, in quella sera tutta vostra, seduti l'uno vicino all'altro su un prato in pendenza chiazzato di neve a cercare stelle con il cannocchiale, la spessa coperta stesa a terra, le vostre giacche a vento, nere come le tute da sci, a separarvi dal freddo. Avevate dimenticato a casa i guanti e quando lui ti indicava le costellazioni - le conosceva tutte - con un dito, la mano gli tremava così tanto che tu non riuscivi a scorgerle.
Una striscia di luna timida e sottile vi concedeva una tregua di luce. Tu ne approfittavi per guardare Tom di nascosto. Quando se n'era accorto ti aveva domandato
- Stai controllando chi ce l'ha più lungo?
- Cosa?!
- Il cannocchiale…
- Cretino! - gli avevi detto sbilanciandoti sulla sinistra per rifilargli una spallata bonaria.

Tu, più basso di lui di almeno una spanna, durante le presentazioni avevi dovuto alzare gli occhi verso i suoi. Vi era bastato osservarvi un attimo, una stretta di mano tra due tredicenni più lunga e insistita del dovuto, un mezzo sorrisino complice. E per voi due fu tutto chiaro: Tom era uno “come te”. Vi eravate subito piaciuti. Passavate le giornate lì in montagna a sciare, a pattinare sul ghiaccio, a rincorrervi, a bersagliarvi con la neve, a parlare di vecchi film in bianco e nero consumando insieme quegli ultimi giorni del 1986. 

Nel silenzio, aspettando di vedere sfrecciare almeno una stella cadente, ti aveva parlato di quella che era stata la sua vita fino a un mese prima.
- Dal balcone di casa a New York potevo vedere uno spicchio del Central Park al fondo della 62ª Strada. - aveva assaporato una pausa lunga - Sapevo che lei passeggiava al parco nel pomeriggio e allora l'anno scorso ho piazzato il cannocchiale sul treppiede e l'ho puntato lì. E per giorni, dopo la scuola, mi sono messo a guardare, cercandola, aspettando che passasse, fino a quando calava il sole.
Di cosa ti stava parlando?
- Era autunno, non c'erano più foglie sugli alberi, avevo un'ottima visuale. Ho aspettato, aspettato e poi un giorno… l'ho vista.
- Chi?
- Greta Garbo - aveva rivelato con disarmante naturalezza.
Nemmeno per un attimo avevi pensato che ti stesse prendendo in giro.
- Come hai fatto a riconoscerla? Non fa un film da almeno quarant'anni. 
- C'è una specie di svitato che la perseguita per strada, la fotografa e vende le immagini ai giornali. Quindi più o meno sapevo come era fatta: magra, i capelli lisci, bianchi, lunghi fino alle spalle, gli occhiali con le lenti scure e grandi – più o meno come quelli che porta mia mamma,  –  quasi sempre coi pantaloni, il bastone. E sono andato a parlarle.
- Che cosa hai faaatto?!
- Ho sceso le scale a piedi, sapevo che avrei fatto prima dell'ascensore. Il portiere mi ha visto così, tutto trafelato e ha pensato che fosse successo qualcosa in casa ma non avevo tempo per spiegargli. Sono corso fino al Central Park. E tu intanto immaginavi i muscoli delle sue gambe di cui avevi solo intuito la forma nei giorni precedenti sotto la tuta da sci o la sera, quando si presentava nella tavernetta con il pigiama del musical Cats per giocare a carte con te; li vedevi l'anno prima procedere veloci, sicuri e determinati su un marciapiede, condurre Tom verso gli alberi spogli di un parco che sapevi immenso ma che avevi potuto ammirare solo nei film.
- Avevo visto che direzione aveva preso e l'ho raggiunta.
- Cosa vi siete detti?
- Sono arrivato da lei ansimando: credo che mi abbia preso per un maniaco sessuale minorenne col fiato corto che molesta le vecchiette. Poi ha capito che volevo solo parlarle, le ho detto come mi chiamavo, che sono italiano, che avevo visto molti dei suoi film, che mi dispiaceva che non ne avesse fatti più. Mi ha sorriso, si è guardata intorno e ha detto che l'autunno è la stagione più bella per passeggiare al Central Park: aveva ragione. Mi ha salutato ed è andata via. Me lo ricorderò per sempre - aveva sospirato.

I suoi genitori avevano già intuito cosa stava succedendo tra voi due; i tuoi, nulla, per tua fortuna.
Ti faceva paura sapere chi eri, come eri. 

Poi aveva pronunciato il tuo nome, così, senza un motivo, forse perché non gradiva il silenzio o forse, ti piaceva pensare, perché voleva sentire il suono della tua voce. Ti eri voltato di scatto verso di lui, con il cannocchiale ancora appoggiato su una lente dei tuoi occhiali. Anche lui si trovava nella tua stessa posizione, ma speculare e i vostri cannocchiali erano andati a cozzare rumorosamente l'uno contro l'altro. Vi eravate trovati così buffi e goffi da mettervi a ridere nella notte.  

A gennaio, dopo la pausa natalizia, avreste ricominciato insieme la scuola. Compagni di classe sareste stati, come i vostri padri.

Vi eravate alzati per sgranchirvi le gambe e Tom ne aveva approfittato per posarti una mano, delicata ma fredda, sulla nuca. Tu avevi lasciato cadere il cannocchiale sulla coperta, lui ti aveva sfiorato le labbra con le sue. Aveva già provato a farlo nei giorni precedenti e, come le altre volte, tu alla fine avevi detto:
- No!
- Come on! - In fondo al suo alito avevi ritrovato la nota burrosa della fetta di pandoro addentata di corsa prima di uscire al buio con te. Ti aveva circondato con le braccia - We are alone, in the dark… - ti aveva sussurrato con il tono più roco e sexy che fosse riuscito a raccattare - Non ci vede nessuno! - Si illudeva di trovarti più rilassato lontano dai tuoi.
- No. Ho paura… dell'AIDS.

Non avevi paura di quella malattia: ne eri terrorizzato. Quella sigla, quattro lettere asettiche che da qualche anno si erano insinuate con prepotenza dentro di te. Quattro parole che formavano un acronimo insidioso dal suono pungente, aspro e sibilante. E poi tutti quegli altri termini che si trascinavano appresso: Hiv, virus, contagio, sieropositivo, immunodeficienza. Ne sentivi parlare dappertutto: alla TV, alla radio, sui giornali, nelle conversazioni sussurrate dei tuoi genitori; ne coglievi gli accenni larvati e sprezzanti sull'autobus mentre andavi e tornavi da scuola, in classe, all'oratorio, a messa. Ricordavi a memoria almeno venti barzellette sul tema, una più ripugnante dell'altra e, in quasi tutte, i protagonisti assoluti, gli infettati, i malati, i moribondi – o i defunti – erano gay. Per tutti, quella malattia era il cancro di quelli come te, la vostra peste personale, fatta a vostra immagine e somiglianza. E, secondo molti, ve l'eravate cercata e meritata.

- Guarda che non si prende baciandosi - era divertito dalla tua dabbenaggine. Ti era così vicino che il fiato caldo della sua risata l'avevi sentito arrivare dritto sulle tue labbra.

Da anni seguivi Dynasty, più che altro perché era stata una delle prime serie televisive trasmesse in Italia in cui fosse apparso un personaggio omosessuale. Avevi raccolto decine di articoli di giornali - ritagliati, raccolti e conservati ben nascosti in fondo a un cassetto della scrivania - sui due attori che in differenti stagioni avevano interpretato Steven Carrington.
Poi era successo che poco più di un anno prima Rock Hudson, che aveva partecipato come guest star ad alcune puntate, era morto per complicazioni da AIDS. Era stata, ufficialmente, la prima celebrità uccisa da quella malattia.
E altri articoli di giornale erano stati stipati nel cassetto.

- E tu cosa ne sai, eh?!

Ricordavi ancora il senso di paura che era serpeggiato sul set di quella soap opera quando si era saputo che Hudson, allora già malato, aveva baciato sulla bocca, durante un ciak, una delle attrici. Si era temuto un contagio. Per uno bacio!

Aveva colto il tuo tono di sfida.
- Come on, non si prende con i baci! - ti aveva ripetuto sogghignando.
- Guarda che è una cosa seria! - ti eri affannato a mascherare i tuoi timori con i toni alti e spropositati di un rimprovero.
- Lo so. Molti amici dei miei genitori sono morti. Tanti loro amici sono malati e stanno morendo - ti aveva rivelato, serio. Sapeva che erano state le sue parole ad averti fatto tremare tra le sue braccia, ma aveva tentato di baciarti di nuovo.
- Scusa, non mi va. Davvero - e avevi reclinato la testa all'indietro.
- Non fa niente. Però almeno un abbraccio me lo merito.
Ti aveva stretto a sé mentre le vostre giacche a vento scrocchiavano, sintetiche, una contro l'altra. Ti aveva sollevato un po', per portare il tuo viso all'altezza del suo. E tu eri rimasto così, in punta di piedi sulla coperta, a sentire sulle tue guance la peluria appena accennata delle sue. Aveva fatto un sospiro lungo, quello di una persona che può aspettare, che sa aspettare. Era tornato a sdraiarsi sulla coperta a pancia in su, una mano dietro la nuca, l'altra lungo il fianco, scrutando il cielo, questa volta senza cannocchiale. L'avevi imitato e, per interrompere quel silenzio pesante, gli avevi detto
- Peccato che non ci siamo incontrati prima, anche solo a febbraio: avremmo guardato insieme la cometa di Halley. Là da voi si vedeva?
- A New York? No, troppa luce. Allora con i miei siamo andati sulle Montagne Rocciose del Colorado dove c'è il buio assoluto. Era bellissima…
E prima che potesse aggiungere altro, finalmente l'avevate vista, una stella cadente, passarvi sopra la testa rigando il cielo. Tu, emozionato, avevi stretto la sua mano. Tom si era portato il dorso della tua alla bocca e l'aveva baciato. Mai avresti pensato che potesse essere così delicato e leggero, un bacio.
- Make a wish - ti aveva sussurrato.
- Cosa?
- Esprimi un desiderio.
- Ah, ok… - ci avevi pensato appena un istante - Fatto.
- Anche io.
- Riguarda noi due.
- Non si deve dire!
- Lo so, ma volevo che lo sapessi.
- Grazie. Sei bello, Marco. Mi piaci tanto, sai?
- Anche tu.
- Nel senso che anche io sono bello o che anche io ti piaccio?
- Tutte e due.
- Hai ragione. - aveva confermato - Sarebbe stato bello vedere la cometa insieme a te. Adesso ci vorranno altri settantasei anni. Come ti immagini nel... - aveva fatto qualche calcolo - 2062?
- Saremo ancora insieme!
- Ma io e te… “stiamo insieme”? Fino a quando non bacio un ragazzo non mi sento di dire che ci sto insieme.
Sapevi che non avrebbe voluto farti sentire in colpa e infatti, quando gli era sembrato che il tuo silenzio non avrebbe più avuto fine, ti aveva domandato, per rimediare
- Come ci vedi, noi due, tra settantasei anni?
- Innamoratissimi! Per sempre - gli avevi risposto pronto, perché avevate ancora quell'età in cui in ogni frase c'è abbastanza posto per un “per sempre”.
- Anche io. Spero solo che prima che ripassi la cometa faremo sesso almeno qualche volta. Se già facciamo tutta questa fatica a baciarci…
- Tu l'hai già fatto con qualcuno? Sesso, intendo - avevi domandato senza sapere quale risposta ti avrebbe fatto più male.
- No. - Ti era piaciuto pensare che lui avrebbe voluto aggiungere “però mi piacerebbe farlo con te la prima volta”, ma che non l'avesse fatto solo perché aveva paura di intimorirti ancora di più.
- Però ho baciato già qualcuno. So baciare bene.
- Sicuro sicuro di non aver mai fatto sesso?
- Guarda che io sono vergine! - aveva spergiurato - Più o meno… - si era però subito corretto - Quasi… - si era affrettato ad aggiungere - Cioè, con un mio compagno di classe a New York abbiamo fatto delle cose – tutte cose sicure, eh? – ma non siamo mai andati “fino in fondo”…
- Sei davvero vergine?! Pensavo che tu, dato che sei vissuto negli Stati Uniti…
- Ma che idea ti sei fatto dei ragazzi americani?!
- E che ne so?! Nei film scopate tutti i momenti!
- Non siamo mica tutti “facili”, sai? - ti aveva detto, indispettito.
Con tono malizioso allora gli avevi chiesto
- E allora come hai fatto a diventare “vergine… più o meno… quasi”?
- Ero con questo mio compagno di classe, sai, nei bagni della scuola…
- Nei cessi?! Contro un muro?! Che schifo! - ti eri finto indignato - Nei cessi! Mioddio! Proprio come fate nei film! Vedi che avevo ragione io?! - Poi ti eri girato su un fianco e gli avevi fatto scorrere una mano sulla guancia. - I tuoi come l'hanno presa che sei gay?
- Mia mamma l'aveva capito prima di me. Mio papà ha solo paura che incontri gente ignorante che mi faccia del male. E ha detto di stare attento alle malattie e di usare, quando sarà ora, il preservativo. Sempre. E ai tuoi, quando pensi di dirlo?
- Di noi due?
- Di te.
- Poi.
Anche Tom si era girato sul fianco e aveva provato di nuovo a baciarti ma tu gli avevi detto, sottovoce,
- Ho sentito un rumore.
- Come scusa per non baciarmi fa schifo.
- Davvero… Di nuovo!
E ti eri ancora più agitato quando lui aveva ammesso, serio - Adesso l'ho sentito anche io.
Eravate scattati in piedi a guardarvi intorno. Non avevate avuto nemmeno il coraggio di tirare fuori dalle tasche le torce elettriche per puntarle contro il buio. Poi un altro rumore da dietro due arbusti. E un altro ancora. Percepivi là in fondo un movimento, lento. Erba secca calpestata, passi profondi e decisi che si alternavano sulla neve; foglie e rami che cedevano sotto un peso che supponevi immane, una presenza che procedeva dritto verso di voi, inesorabile; voi due che ansimavate, impauriti, Tom che ti afferrava una mano, tu che, senza accorgertene, ti eri messo in mezzo tra lui e quel rumore che tanto vi spaventava, per proteggerlo. Perché, pensavi, se proprio doveva succedere qualcosa – qualcosa di brutto – preferivi che accadesse a te e non a lui, o comunque che succedesse prima a te in modo da non essere più vivo quando infine sarebbe toccato anche a lui.
Avevate smesso anche di ansimare, non eravate nemmeno più in grado emettere un respiro. Possibilità di mettervi in salvo correndo fino a casa, nessuna. Eravate rimasti lì, in attesa di vedere uscire dal buio, da un momento all'altro, un uomo – cos'altro avrebbe potuto essere? – che però immaginavi alto almeno due metri e mezzo.
Poi, chiaro, netto, un respiro, ma troppo profondo, troppo rumoroso, troppo cavernoso per essere umano. C'era qualcosa di smisurato là davanti, che stava cercando proprio voi due, pronto ad afferrarvi, tramortirvi, dilaniarvi contro le rocce, trascinarvi sanguinanti per i piedi, sull'erba e la neve fino alla sua tana per poi…
E poi i due arbusti davanti a voi che si aprivano nel mezzo, si divaricavano, uno da una parte, uno dall'altra, simmetrici come un sipario, per far strada all'incedere di un cervo, bellissimo e imponente, un maschio, un palco di corna ramificate, splendide e imperiose. Ed erano puntate dritte contro di voi. Ma non era sua intenzione caricarvi: aveva il capo rivolto a terra a brucare la poca erba che spuntava dalla neve. Eravate di sicuro sottovento, altrimenti l'animale avrebbe avvertito l'odore acre e pungente del vostro sudore di tredicenni e di quella paura che da pochi istanti si era tramutata in sorpresa e meraviglia; e forse sarebbe fuggito, ancora più spaventato di quanto lo foste voi due fino a un attimo prima. Tu eri lì lì per lasciarti scappare un “Oooh!” ma Tom, dietro di te, se n'era accorto in tempo e con una mano ti aveva coperto la bocca.
Procedeva intanto, il cervo, sbuffando, usmando cupo, attardandosi quieto tra le zolle d'erba e la neve fino a quando tu, poggiando un piede fuori dalla coperta non avevi calpestato un ramo che si era spezzato, secco e inesorabile, infrangendo tutto il fragile silenzio che eravate riusciti a crearvi intorno, tacendo. L'animale aveva sollevato di scatto il muso verso di voi e con esso due occhi grandi, scuri, umidi e miti, resi palesi dalla flebile luce lunare che riuscivano a riflettere. Corpose volute di fiato uscivano dalle sue froge disperdendosi nella sera che si faceva sempre più fredda intorno ai vostri corpi. Guardò a lungo, immobile. Vi vide? Forse sì, fatto sta che aveva comunque ripreso a brucare placido quei radi ciuffi e a te piaceva pensare che il cervo si sentisse, lì con voi, con te e Tom, al sicuro da tutto. Aveva seguitato a strappare rigidi fili d'erba dalla terra gelata ancora per qualche tempo prima di tornare agli stessi arbusti da cui era spuntato e che si erano richiusi dietro a lui.
Tom, alle tue spalle, aveva esclamato uno dei suoi “Oh fuck!” che pronunciava solo quando i vostri genitori non erano nei paraggi. Senza bisogno di guardarlo, avevi già capito dal suono di quella voce rotta che la bellezza di un animale che vagava libero in una notte di fine d'anno l'aveva così commosso da farlo piangere. Per Tom quel cervo era stato un regalo di Natale insperato, tanto quanto inatteso e gradito era stato, per te, l'arrivo di Tom nella tua vita.
Ancora rapito da quella visione, Tom si era scordato di toglierti la mano dalla bocca. Respiravi dal naso, sentivi la tensione del suo palmo che ti aderiva alla pelle come una maschera. Avevi tentato di parlare, di liberare la mandibola e come unico effetto ti eri ritrovato un suo dito in bocca. Ti eri azzardato a morderglielo, piano. Quella leggera pressione doveva essergli piaciuta – non avevi pensato nemmeno per un istante di avergli fatto male – perché subito dopo un altro suo dito ti era scivolato in bocca, cercandoti la lingua. Tom ti aveva cinto il busto con il braccio libero che ti stringeva, forte; il suo petto contro la tua schiena, le vostre due teste una a contatto con l'altra; le sue labbra morbide a baciarti un orecchio. Ti eri sciolto dalla presa voltandoti verso di lui che si attendeva un altro rifiuto. E l'avevi sorpreso quando ti eri messo in punta di piedi portando le tue labbra alle sue. Le vostre bocche e le lingue si erano subito cercate, inseguite e si erano lasciate infine raggiungere, vicendevoli, perdendosi in quello che era stato il vostro vero primo bacio, uno dei tanti che, per un timore tutto tuo, ti eri lasciato sfuggire nei giorni precedenti. Avevi aperto gli occhi ancora una volta per vedere un tenue raggio di luna illuminare le lacrime che si andavano asciugando sul suo viso. Avevi guardato il cielo che a te era parso, in quel momento, rigato da così tante stelle cadenti da farti esprimere desideri, su voi due, per una vita intera.

Agente Patogeno: Giorgio Ghibaudo

Nasce a Venaria Reale (TO) nel 1972 e vive a Torino. Si occupa, tra le altre cose, delle attività culturali per Arcigay Torino. Appassionato di cinema, teatro e letteratura, presenta mensilmente libri (insieme ai loro autori) presso il Circolo dei Lettori di Torino in serate che prendono il nome di Una Piccola Differenza.  Ha pubblicato nel 2011 il romanzo Kiss Face e, dal 2013 al 2016, racconti nelle antologie La Luna Storta, Sguardi d'autore - 16 autori raccontano il cinema (per il trentennale del festival cinematografico TGLFF) e Over60-Men. Fa parte della redazione della rivista letteraria CARIE dove è stato soprannominato dagli altri redattori PKTC [ndr. Pistinity killed the cat], ma nessuno gli ha mai spiegato il perché.

Panoramica di: Pia Taccone

Nasce nel 1978 a Torino dove vive e lavora. Disegna immagini e copertine per libri e albi illustrati. Ama le contaminazioni: collabora volentieri con artisti, artigiani, professionisti e aziende per illustrare i supporti e gli oggetti più svariati. Espone in gallerie in Italia e all'estero, partecipa a mercatini e laboratori, portando l’illustrazione ovunque ci sia spazio per raccontare una storia, accompagnare musiche, rafforzare testi, riempire silenzi o anche solo decorare. È il direttore artistico della rivista letteraria CARIE.
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