INDICE
NUMERO UNO

 
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Specillum
Ma che Natale sarebbe senza una carie?
editoriale di Giorgio Ghibaudo

In un momento di “irrefrenabile fantasia” e “attrazione quasi morbosa per l'inedito, l'inaspettato e il sorprendente” la redazione di CARIE ha deciso far uscire il secondo numero (il Numero Uno) della rivista a dicembre e di dedicarlo, guarda un po', a: “Natale e dintorni e possibili conseguenze...”

Specillum - Pia Taccone

Proviamo ora, anche se solo per un attimo, per quanto bizzarro possa sembrare, a paragonare l'insieme di questi racconti, la successione con la quale ve li presentiamo, i diversi modi in cui il tema viene declinato... ai servizi mandati in onda in un qualsiasi tipico telegiornale da rete generalista in cui tutti voi, nessuno escluso, vi troverete a incappare dal 24 dicembre al 6 gennaio prossimi...
Pronti? Via!

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Dente d'oro
Finalmente è Natale, di Andrea Fabiani

Erano circa le dieci del mattino del 25 dicembre, quando il portone di casa mi si richiuse fragorosamente alle spalle. Sopra la mia testa si stendeva un’unica enorme coperta di nuvole scure e fredde.
Feci la strada dal mio palazzo alla chiesa con il naso all’insù cercando di fiutare le intenzioni del cielo.

Era il 1992 e avevamo tutti tra i quattordici ai sedici anni.
Furono le campane a darci il via libera: la gente si accalcava in chiesa e fuori, intorno al campetto di terra battuta, non restava nessuno.
Solo noi, quattordici piccoli umani brufolosi, pronti a farsi la guerra.
La stavamo preparando da tanto, quella sfida, l’avevamo sognata, temuta e rinviata parecchie volte, ma ora, finalmente, era venuto il momento: noi del Canaletto, la Banda del Canaletto, contro quelli di Via Prosperi, un campo da calcio, un pallone e più nessuna scusa.

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Dente d'oro
La perdita degli anni, di Vito Ferro

Ho cominciato a perdere anni presto, molto presto. 
I miei coetanei avevano ancora tutti i loro anni, folti, fitti, scuri, densi. Io invece, da che ero come loro, iniziai, – ricordo era un sabato mattina – a trovarmeli nel letto, sul cuscino, per terra, davanti allo specchio del lavandino. Erano anni che credevo potessi non perdere mai: sono sempre stato fiero dei miei anni. 

Da quel giorno è stata una caduta verticale, inarrestabile, e non costante: c’erano volte che ne perdevo a manciate, altre che pareva resistessero, attaccati al mio presente.

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Dente avvelenato
Capita, di Simonetta Spissu

Prima di tutto: R. non era una persona che portava rancore. Era solo una con una buona memoria. Ed ecco cosa si ricordava R. con la precisione di un videoregistratore.

Ogni santo natale era stata costretta, come la maggior parte degli adolescenti, a una serie di rituali come:
1 - Vai a pigliare l'albero dell'anno scorso, puntualmente incastrato dietro pile di giornali e attrezzi da palestra fai da te mai usati.
2 - Recupera TUTTE le statuine di TUTTI i pastorelli e mi raccomando il piccino con il vitello sulle spalle con lo sguardo direzione stella cometa che non è mica natale senza il fanciulloconilvitellosullespalle.
3 - Tira fuori venti piatti per ogni pietanza, il servizio buono di bicchieri, la forchetta per il primo, quella per il secondo di carne, quella per il secondo di pesce, quella per l'insalata, quella per la frutta e quella per il dolce.
4 - Metti prima la tovaglia in plastica, poi quella in plastica cerata, poi il telo ricamato bianco però spostato per formare un rombo, poi la tovaglia più corta rossa con le bacche in bella vista e,solo alla fine, quella più grande con gli omini di neve che ti sorridono geometricamente disposti ai quattro angoli della tavola.

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Incisivi
I cioccolatini del tenente di vascello, di Luiso Luciano Badolisani

Adelaide toglie dalle mani della nipote una vecchia scatola di latta gialla con impresso un cespuglio di rose rosse, arrugginita e ammaccata in piú parti. La ragazzina la guarda sorpresa rovistare con agitazione carte e fotografie.


Le mani tremanti della nonna si fermano quando trovano una pagina di quaderno spiegazzata e ingiallita. Fa un cenno alla nipote di passarle gli occhiali spostandosi al centro della soffitta, sotto la luce del lucernario. Alzando lo sguardo, si vede riflessa in un piccolo specchio appoggiato alla parete di fronte: così come era da giovane quando la guerra aveva spento l'Europa e il suo sorriso.


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Denti gialli
Il fosso, la neve e il jogging, di Leonardo Mazzeo

Il cellulare di Alan squillò. Erano le tre del mattino, si svegliò di soprassalto e prese a tastare la coperta in cerca di quel suono, più per farlo smettere che per rispondere. Poi fu costretto ad accendere la luce. Il cellulare era a terra, capovolto. Con gli occhi ancora semichiusi e la voce roca, rispose:
- Chi è?
- Ho bisogno di neve.
- Louise, sono le tre, torna a dormire. Domattina vieni al centro e ne parliamo...
- Non ci riesco. Non posso dormire. Ho bisogno di neve.
- Vai a correre allora, come ti ho già detto di fare in questi casi.

- Senti Alan, ho corso tutto il giorno, non ne posso più. Voglio la neve, la voglio ora.
- Ora è tardi.
- Ho una pistola puntata sulla tempia.
- Non ci credo.
- Allora mi sparo
- Louise, ti sembrano scherzi da fare a quest'ora?
- Non sto scherzando. Portami un po' di neve, subito.


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Zanne
Regalo di Natale, di Clara Negro

La faccia schiacciata contro il cuscino. Si direbbe che dormi. Le gambe leggermente aperte, le braccia lunghe e magre abbandonate ai lati del corpo, molli di sonno e di sfinimento. Sì, potresti  dormire.


Ti guardo mentre sono seduta sulla poltrona ai piedi del letto. Aspetto di vedere la schiena che si muove al ritmo del respiro. Sono due ore che aspetto, due ore che mi dico, ecco ora si alza, tira giù le gambe, si mette a sedere sul letto e si accende una sigaretta.


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Aliti
È capitato a dicembre, di Graziella Percivale

La casa sulla collina era troppo vecchia, troppo lontana dal paese, troppo vicina al bosco, con troppo terreno intorno. Vi si accedeva con una strada troppo sconnessa, difficilmente percorribile con l’auto, e una volta arrivati si notavano altre piccole costruzioni, in pietra o in legno, che un tempo erano state adibite agli usi più svariati: pollaio, ovile, cascina per il fieno, stalla, magazzino e così via. Apparivano come satelliti intorno a un pianeta in rovina.

All’inizio della strada che portava alla casa, era stato posto un cartello plastificato, infisso su un paletto:
VENDESI  PROPRIETÀ. Stava là da anni, ma un giorno il cartello era sparito. Si diceva che un vecchio signore venuto dalla città avesse concluso l’affare in pochissimo tempo, e la casa era stata venduta.
Nei dintorni fummo tutti contenti, si pensava ad un nuovo inizio. Ma non accadde nulla.

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Molari
Giro visite, di Gitana Sozzari

Io al Natale ci ho sempre tenuto pochissimo.
Credo sia per via della mia famiglia, che è un’accozzaglia di gente bizzarra e male assortita.

A Natale andavamo sempre dai nonni materni, in campagna. C’era mio nonno, che parlava solo piemontese, quando parlava, e del Natale non gli fregava niente, lui pensava solo alla vigna e al verderame e alla legna da tagliare. Mangiava lentamente, era talmente lento che si alzava da tavola almeno un’ora dopo gli altri e poi si metteva subito sul divano a dormire. Quando è morto, noi ce ne siamo accorti ore e ore dopo.

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Bruxismo
Superga, di Davide Arminio

Mi sfilo dall’auto con uno scatto ruvido, un po’ come il suo arnese ha liberato la mia vagina. Mi dice qualcosa. Ha gli occhi pallidi e puzza di cane bagnato, come tutta la sua macchina. Io mi appoggio all’auto e faccio finta di starlo a sentire.

Quando vedo che è arrivato ai saluti mi scosto e sbatto la portiera. Magari capisce: non è stato un piacere, e spero che non ci rivedremo.

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Radici
Cristalli, di Simona Garbarini

Parto da Milano Malpensa all’alba del 25 dicembre. La consistenza del pulviscolo umido e nero si può quasi toccare, mi annebbia la mente, le luci delle macchine sono aloni rosati di un film anni ‘70.

Mia madre mi ha implorato fino all’ultimo:
- Vieni almeno a fare Natale con noi, poi partirai.
Le sue parole erano sensate. L’eccessiva sensatezza delle parole di mia madre mi ha sempre fregato.

Del resto, senza di me, il Natale passa da tre a due. Mia madre e mia zia. Mi sembra di avercele davanti: la tiroide, il diabete, la dieta, gli occhiali dalle lenti sempre più spesse. Poi l’elenco dei dottori: chi è serio, chi parla poco, chi non conclude niente, chi mena il can per l’aia. Se non gli allunghi il cinquanta euro non ti sdraia neanche sul lettino. La Molinaro, che non ci sente neanche più, la Ramondetti, che la figlia non la va mai a trovare e la vuole togliere dal testamento. Il Maschietti che si ubriaca tutte le sere e che ci vuole provare. Non è ben chiaro con chi. Forse con la Suria che ha sempre le vestagliette attillate che mettono in bella mostra le sue risorse. Come una Sofia Loren fuorimoda e fuori età. Che schifosa.
Man mano che la tiritera va avanti, ogni singolo Natale, il livello del vino pericolosamente si abbassa, l’alcolemia aumenta, le sparate diventano sempre più colossali.
Litigano tutti i Natali.

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Dente del giudizio
Come-te, di Giorgio Ghibaudo

Muoviti, Marco! Hurry up - ti incitava Tom quella sera mentre, ridendo complici, vi allontanavate di corsa, di soppiatto, dalla tua casa di montagna. Ti eri augurato che nessuno, perlomeno tua mamma e tuo papà, si sarebbe accorto della vostra assenza.

Nei suoi doposci, con lunghi passi dietro ai quali proprio non riuscivi a stare, Tom tracciava per tutti e due voi un nuovo sentiero nella neve.

- Lui è Thomas. -  Così i tuoi genitori ti avevano presentato qualche giorno prima il figlio di una coppia di amici.

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Fatina dei denti
Frankenstein o il giorno del Prometeo riciclato,
di Stefano Paolo Giussani

Il potente Bio Extended Life Investigation Network aveva come mission agevolare il riciclo post mortem di organi umani in nuove creature. Lavorare per il B.E.L.I.N. faceva sentire il Dottor Frankenstein il compromesso tra un operatore della raccolta differenziata e l’Essere Supremo.

Quella sera, rientrando dalla cena, la porta del laboratorio sbatté più forte di quanto non si sarebbe immaginato. Il colpo sigillò all’esterno la cupa notte di novembre provocando l’effetto di uno schiaffo assordante sulle sue orecchie. Placato il rumore si trovò immerso nello stato di quiete immobile e rarefatta del locale asettico.

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Fatina dei denti
I dormienti, di Francesco Delle Donne

Quando il blocco di tufo si è staccato, in casa c’eravamo io, mia sorella più grande, mamma, zio Franco, zia Lucia, il piccolo Luigi e nonna.
Papà no, lui non c’era, perché era sceso un attimo a prendere le sigarette.
Quando succede qualcosa di importante, lui è sempre giù a prendere le sue sigarette.

Era appena scoccata la mezzanotte e noi tutti a ballare e cantare l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore, che d’improvviso i fuochi fuori si sono fatti più lontani e brillanti, come le stelle di notte quando il cielo è pulito.
Devono essere state le botte troppo forti a far tremare la terra al punto di farla rompere.

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In sala d'attesa
Ha-Nozri uscì dalla tenda, di Paolo Battaglino

Il dolore s’era fatto insopportabile e Ha-Nozri continuava a girarsi sul pagliericcio, così, per non disturbare i compagni uscì dalla tenda.
Avevano cenato insieme per il suo compleanno e pezzetti di datteri, cui non era abituato, s’erano infilati fra i denti.

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