Aliti

Sezione "Fatina dei denti"

Motel sulla Luna

di Vincenzo Grasso

 

 

Quando era giunto il momento di scegliere il luogo per la loro luna di miele, non avevano avuto alcun dubbio. Lo sapevano già da tempo. L’agenzia di viaggi con cui erano in contatto, era riuscita a trovare due posti unici, disponibili, per trascorrere un solo giorno in un motel sulla Luna.
Sono partiti il mattino successivo al matrimonio, con pochi abiti nelle valigie, a bordo di un’astronave dorata, che si è innalzata sulla costa e ha prodotto uno slabbro nella sottana notturna.
Un momento di luce, poco più di uno schianto e poi quel nulla buio da tromba delle scale, da fondo della strada al termine dell’illuminazione, quel buio organico da profondo dello stomaco, quel buio che non ha suono perché non c’è niente che possa propagare le onde sonore.

L’astronave è atterrata dentro all’architettura divina del motel, apparso in un cratere profondo, costruito per resistere all’estinzione. Alle spalle, una meravigliosa vista di spazio interplanetario.
Alle spalle di lei, dentro alla camera da letto che avrebbe ospitato i loro cadaveri nuziali, una finestra di vetro sottile con vista sulla Terra.
- Guarda quant’è bella, da qui, la Terra - dice lei, inalando l’aria che inonda l’abitazione.
La struttura è stata dotata di un complesso sistema di aerazione, che produce l’ossigeno necessario al mantenimento della vita. Non possono uscire da lì dentro, nemmeno per errore. Rimarranno, sotto l’occhio lucido di una telecamera che riprende i loro moti corporei, per circa un mese.
Un giorno sulla Luna equivale a circa ventotto giorni terrestri. In ventotto giorni si ha tempo di godere di una quantità di splendore solare capace di raggiungere i 127°C e una terribile notte in discesa glaciale senza sosta, fino al raggiungimento di - 173°C.
La durata di un mattino, sulla Luna, si aggira intorno ai quattordici giorni terrestri.
Il raffreddamento notturno avviene con un distacco solare lentissimo, altrettanti quattordici giorni terrestri. 
Un equo bilancio tra la vergogna della luce eterna e la coazione interna ad amarsi per una notte nuziale da 336 ore.

Così avevano deciso: bisognava sposarsi.
Mano nella mano, escrescenze floreali tra i capelli di lei in una veste di velo bianco, il corpo di lui fluorescente nei flash delle fotocamere.
Tanto riso era stato tirato su di loro, con lo stesso tono di una condanna.
La sposa era compiaciuta, il velo sollevato dal volto mostrava il taglio profondo degli occhi - una definizione spericolata inquinava le cose: il verde veronese delle foglie di limone, che crescevano mostruose al ritmo della loro camminata, fuori dalle scale della chiesa; l’avorio crudele della sposa, il rosso terra di Siena sulla cute guarnita di cera dello sposo. Poi le labbra, sorrisi di sangria e l’oro abbagliante delle fedi che obbliga tutti alla chiusura degli occhi.
Quando gli invitati erano scomparsi, la madre della sposa le aveva porto un dono, un testamento intimo: una cesta coperta con un lenzuolo.
Poi erano tornati a casa, trapassando la soglia nell’ubriachezza di una risata registrata. Lei giaceva sostenuta dalla pietà dei muscoli del marito, stringendo nelle dita la cesta ancora coperta: una dozzina di pesche si erano riversate sul pavimento.

- Da qui, la Terra sembra un puntino immobile, è un’immagine statica, non subisce spostamenti. Se guardi bene però non è proprio così, potresti accorgerti che i continenti che vedi cambiano e anche le nuvole, si spostano in continuazione. Che te ne pare? È una bella vista, amore, no?
Lui si abbandona sul letto e poi dice
- È stata proprio un’ottima idea venire qui in vacanza. I posti che avremmo potuto vedere giù sarebbero stati… poco, capisci? Avremmo visto qualcosa, ma non tutto insieme e soprattutto non qualcosa che gli altri non hanno visto. Da qui è meglio, da qui vedi tutto e vedi nulla.
Lei raggiunge il letto, si baciano, si attraversano la bocca con lingue in carbonio indistruttibile, mentre le ossa vacillano, un instante turbate dalla dimenticanza della gravità: sulla Luna si possono compiere grandi balzi, e così lei poi affoga nel petto di lui con un tumulto sonoro del battito cardiaco.
Si amano: ma per quanto? E soprattutto, si amano ogni giorno terrestre e ogni giorno lunare?
O forse ci sono momenti, in cui ci si volta, momenti in cui si vogliono ingoiare litri di buio e poi sparire?
Non c’è nessun posto dove andare, qui per forza ci si deve amare.
È una nuova legge morale.
È il dovere che determina una volontà immediata, che rende la disponibilità ad agire.
Qui ci si deve amare.
- Amore, devo amarti sempre? -  dice lei.
- Sempre, ogni giorno.
- I giorni sulla Luna durano di più, quindi in un giorno ti amo più giorni - afferma lei, poi continua, ritornando ritta in piedi, ancora tutta vestita, muovendo le anche al ritmo del brusio dei condotti di aerazione - ma se io in un giorno lunare, decidessi di non amarti per la durata di un giorno terrestre, ti amerei comunque ogni giorno se vivessimo tutti i giorni qui. Giusto? E soprattutto, se non ti amassi per ventiquattro ore, tu te ne accorgeresti?
- Perché dici questo?
Nessuno spazio ulteriore per le parole, d’improvviso il mezzogiorno è raggiunto, il sole è arrivato e ha rovinato ogni cosa.
La luce è entrata, troppo forte che non ci si guarda più in viso. Fuori la temperatura è da inferno.
Dentro si resiste a occhi chiusi, con la testa sotto ai guanciali, ma il timore di divenire ciechi per il troppo vedere è reale. Bisogna avere quattordici giorni di buio dentro per superare un giorno di luce.

È impossibile avere qui una coscienza del tempo, abituarsi significa soccombere, entrarsi dentro, avere tessuti connettivi resistenti alla gravità. In scarsa presenza di ossigeno bisogna baciarsi per tempi più lunghi, stare attenti a toccarsi di meno, moti imprudenti potrebbero richiedere sforzo fatale.
Quest’aria non le piace, quest’aria è artificiale.
Lui la guarda con occhi pieni di amore.
Se morissero, chi se ne accorgerebbe?
Per un attimo, lei pensa ai titoli dei giornali, l’inchiostro fresco la mattina sugli scaffali dell’edicole che racconta le loro salme conservate nel vuoto, in assenza di luce, più protetti che dall’ambra; i loro volti beati nella deriva della materia, in prima pagina, con una larga chiazza di caffè; pensa alle televisioni, che danno la notizia, alle riviste di gossip, i talk-show borbottanti bioetica. E poi?
Lei ormai lo sa, c’è tanto altro là fuori, ma tutto questo altro è muto. Ciò che l’affligge è l’indifferenza, è l’assenza di grandi scoppi. C’è troppo spazio e non si può colmare. Ciò che l’affligge è la mancanza del male – quello che avverte è un male improprio, senza intenzione. Se accade qualcosa è per la potenza intrinseca che possiedono i singoli enti, è per una coordinata sbagliata, un errore naturale. Qui nessuno vuole loro morti, qui nessuno sa che sono vivi.
La luce sta per ritrarre le sue dita dorate dal corpo bucato della Luna.
Lei corre in bagno, si guarda allo specchio.
Ha le occhiaie scavate, la pelle è pallida. Sarà colpa della luce, sarà colpa dell’aria cattiva.
Si lega i capelli con un nastro.
Pensa a quando tornerà sulla Terra e potrà raccontare alle amiche della sua luna di miele, pensa che potrà dire che nessuno ha visto quello che ha visto lei da lassù.
Quando è costretta a dormire, talvolta le capita di sognare di rinascere dentro a un cratere, di venire partorita come embrione ingrigito. Si sveglia poi e si ritrova costretta ad amare.
Torna in cucina, corre verso la tavola. C’è un cesto coperto con una tovaglia. Sono le pesche che le ha regalato la madre, simbolo del matrimonio.
Riversa il cesto sul marmo e i frutti si disvelano, sbattono e poi compiono un balzo, fluttuano un po’ e ricadono secchi.
Un nodo le si stringe all’altezza della gola, è un sussulto crudele, un passo prima di cadere in ciò che non ha misura.
Pensa: se cado nell’universo, e l’universo non ha fine, poi dove finisco?
E nel frattempo osserva le sue pesche, che ora sono tutte nere.

È arrivata la notte. Non c’è più colore intorno, è tutto in bianco e nero, sembra di essere in una pellicola di fantascienza a basso costo, o in un cult dell’horror girato in una sola stanza.
Fuori non si può uscire, solo altri quattordici giorni, poi alla mattina dell’indomani torneranno a casa.
- Amore è arrivata la notte, la nostra prima notte. Sei contento?
Lui non si alza mai dal letto, lei ha perso memoria del tempo che suo marito ha trascorso tra le lenzuola, riesce a compiere pochi movimenti viscidi e niente più.
Non arriva nessuna risposta, giusto una curvatura delle labbra, ma potrebbe essere colpa del buio o della luce di questa lampadina che rende i contorni delle cose più distanti.
- Amore, è il nostro primo buio sulla Luna.
La realtà è che hanno già dormito insieme troppe volte e l’ultima in cui lui è entrato dentro di lei, ha avvertito uno strano timore. Si tocca il ventre.
Magari è incinta.
Adesso non ricorda nemmeno perché lo ha sposato.
I mutamenti sono lentissimi quassù, anche i moti del pensiero, le espressioni facciali per compiersi impiegano svariate ore nello sconvolgere i volti. Le associazioni linguistiche a breve perderanno significato.
- Da quanti giorni siamo qua?
- Nemmeno uno.

Più tardi, fanno l’amore di nuovo, cercano di fare l’amore per i quattordici giorni che rimangono, come se dovessero a tutti i costi preservare una specie superstite dentro un lotto da zoo, seguendo un richiamo alla riproduzione proveniente dalle periferie galattiche. Sono animali bellissimi, con arti allungati, chissà se potrebbero essere studiati in un laboratorio di qualche altro pianeta.
A un certo punto accade qualcosa, lei non riesce più a continuare e allo stesso modo lui. Strisciano l’uno sul corpo dell’altro come lumache, come viscidi corpi invertebrati e non hanno niente da fare se non sentire l’uno il corpo disossato dell’altro.
Si conoscono a memoria, anche se la loro lingua ha perduto l’appetito di conversazione. Si conoscono così bene che hanno perduto significato, rilevanza. Potrebbero essere chiunque l’una per l’altro, se non fossero gli unici, così unici da essere nulli.
Questa notte si danno le spalle e dormono un po’.
Non hanno molta voglia di guardarsi negli occhi. Si provocano un disgusto reciproco.
Lei si alza, va in bagno, riesce giusto a raggiungere il lavandino, vomita.
Crede di averci impiegato i giorni rimanenti nel tragitto che l’ha condotta di fronte allo specchio, per poi rigettare i succhi gastrici che tratteneva dentro allo stomaco, e tornare indietro. Finalmente però le sembra che sia tornato il giorno e questo vuol dire solo una cosa: stanno per ripartire.
- Amore, svegliati, svegliati, è quasi mattino. Tra poco partiamo, tra poco partiamo.
Un candore da reliquia restituisce identità alle componenti della scenografia.
Lui non si sveglia, continua a russare, ma lei è così contenta che le sembra di vedere un maniglione di acciaio alla finestra. Giura di non essersene accorta in precedenza.
È così contenta di ripartire che vuole prendere tutta l’aria dentro ai suoi polmoni. Il maniglione è duro e lei digrigna i denti, le si arrossano le mani, ma finalmente lo solleva.
Le finestre si aprono, un allarme si attiva, pulsando con una disponibilità temporale che non ha a che fare con le loro vite.
Le manca l’ossigeno, l’ossigeno, dov’è l’ossigeno che fuoriesce sottile? È tutto disperso.
Lui non russa più, lei si stringe le braccia intorno all’addome, comprime il ventre, ricade per terra, non riesce ad alzarsi, i movimenti sono troppo lenti.
Le manca l’aria, i polmoni sembrano risucchiarsi, la gola richiudersi.
Lei giura di averlo fatto perché era felice, perché la mattina le è stato insegnato che si aprono le finestre, si accoglie la luce e la luce non può fare del male. Lei pensava che ci fosse abbastanza aria, e ci fosse qualcosa di più forte dell’aria che trattiene in vita. Vorrebbe che sui giornali scrivessero questo, vorrebbe che scrivessero che ha fatto tutto per un unico giorno di sole.

Agente patogeno: Vincenzo Grasso
Nasce a Catania nel 1998. Attualmente vive a Torino, dove frequenta la facoltà di Filosofia. Ha esordito con Carmen (Edizioni SuiGeneris, 2015) una riscrittura post-moderna di Lolita di V. Nabokov. Ha pubblicato racconti su diverse riviste, come: Cadillac, Tuffi Rivista, Lahar Magazine. Nel 2017 è stato semifinalista al Premio Campiello Giovani, con il racconto Amorazzo.

Panoramica di Simona Galizia
È fortemente ossessionata dalle sue passioni: il disegno, la filosofia, i viaggi. Crede nel potere dell’intuizione nel compiere le scelte. Il suo immaginario visivo è concettuale e metaforico. È alla ricerca di colori significativi per comunicare efficacemente. È laureata alla specialistica in Design, Comunicazione visiva e multimediale presso l’Università La Sapienza di Roma con progetto Erasmus presso l’Università tecnica di Istanbul. Ha frequentato il master in Illustrazione creativa presso Eina di Barcellona. Al momento è iscritta al corso Mimaster illustrazione di Milano.
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